Il giorno in cui sono partita per Roma avevo ancora più dubbi di quello in cui mi sono diretta dalle parti di Rignano. Se la prima volta partivo quasi totalmente sprovveduta, la seconda invece, se non a cosa, sapevo un po’ di più sul a chi stessi andando incontro. Ero un po’ intimorita dalla mia curiosità, dalla paura di sentirmi di troppo e da quella di non riuscire a ritrovare con M. la stessa sintonia dei nostri incontri precedenti. A dirla tutta, mi sentivo anche un po’ scema ad andare. Il giorno della partenza da Firenze, addirittura, non mi sembrava neanche un giorno di partenza, quasi dovessi cambiare idea all’ultimo. Avevo lo zaino pronto ma la mattina avevo lasciato la macchina a fare il tagliando, ero tornata a casa dopo una mezz’oretta di bicicletta in mezzo alla periferia, avevo ricevuto un messaggio in cui mi si chiedeva se, visto un cambio di programma dell’ultimo minuto, fossi libera per andare a lavorare. Tutte operazioni quotidiane che non lasciavano presupporre una imminente partenza. Quando poi avevo provato a fare il biglietto dall’applicazione di Trenitalia mentre ero già sulla tramvia per la stazione, il pagamento mi era stato rifiutato ben due volte e avevo dovuto ringraziare la mia abitudine di arrivare alle partenze con un certo anticipo perché non si sa mai per cui ero riuscita a fare il biglietto alla biglietteria automatica con una certa tranquillità.

Quando sono partita era l’ora di pranzo di giovedì e ancora non sapevo quando ci saremmo incontrate con M., sicuramente sabato, forse venerdì sera ma niente di certo per il giorno in cui stavo arrivando. L’unica certezza che avevo era che venerdì sarei andata da sola ai Musei Vaticani e che forse avrei incontrato un’amica la mattina. Anche la seconda amica che avrei dovuto vedere a Roma alla fine rimandava il nostro appuntamento di giovedì al venerdì pomeriggio. Per il resto mi sarei trovata in una città enorme, in una zona che conoscevo poco e senza voglia di spendere tanti soldi né di prepararmi la cena a casa.

Avevo preso un treno regionale e il viaggio era stato lungo, la lettura aveva quietato un poco le mie ansie ma M., oltre a chiedermi dove avrei alloggiato e comunicarmi che saremmo state vicine, non mi dava altre indicazioni. Quando ero arrivata a casa dei miei zii, a pochi passi dal Vaticano, avevo posato il mio bagaglio e le avevo scritto un messaggio in cui le chiedevo se volesse fare qualcosa insieme la sera, incontrarsi fuori, mangiare in casa, cosa. Il sotto testo implicito era: mi devo organizzare. Non ottenendo risposta in tempi rapidi avevo però deciso di non aspettarla in casa ma di uscire, avrei pensato più tardi alla cena.

Avevo allora cominciato a camminare senza una meta precisa, cercando di far leva sui ricordi del breve periodo in cui a Roma ci avevo lavorato e mi ero trovata a tornare a piedi dal Vaticano a piazza Barberini. Ricordavo un passaggio per piazza Navona e un po’ a istinto lo avevo ricercato. Il semaforo interminabile superato il Tevere all’altezza di Castel Sant’Angelo, stradine strette che si riempivano sempre più di gente, piazza Navona e non saper più che fare. Sicuramente iniziare a pensare a cosa e dove mangiare, faticosissimo nel calo di zuccheri in cui mi trovavo e considerando il fatto che cercassi qualcosa di poco pretenzioso. Poco oltre l’Hotel Raphael mi ero trovata di fronte a un locale che faceva supplì, pizza a taglio e arancini. Non aveva niente di particolarmente attraente, era pure deserto, e forse proprio per questo lo avevo scelto. Tra fame e gola avevo deciso che, crepi l’avarizia, avrei investito una decina di euro in un supplì, un arancino, un pezzo di pizza e una birra. Mentre mi decidevo a conservare l’arancino cacio e pepe che non sarei riuscita a mangiare per la troppa abbondanza del mio ordine, arrivava una risposta di M. sulla cena. Io le dicevo che ormai avevo già mangiato, lei mi chiedeva dove fossi, appurato che eravamo vicine ci davamo appuntamento in piazza Navona.

Se per tutto il giorno mi ero chiesta cosa ci facessi a Roma, nel momento esatto in cui ci siamo viste e ho avuto l’impressione che fossimo entrambe sinceramente contente di vederci, tutte le mie paure si sono dissolte. M. parlava velocissima, a volte facevo fatica a seguirla, mi sembrava di aver perso del tutto il francese che avevo recuperato poche settimane prima. Lei mi diceva che era appena uscita dalla messa, io le dicevo che era giovedì sera, lei ribatteva che andare a messa era come lavarsi, si può fare tutti i giorni, io le facevo una battuta, lei rideva e denotava un certo senso dell’umorismo anche sulla questione religiosa. Intanto le offrivo il mio arancino avanzato e, visto che non era troppo lontano, ci dirigevamo verso il mio posto speciale a Roma: la fontana di Trevi. In quei primi 5-10 minuti mi aveva già parlato a raffica entusiasta di tutto quello che le stava capitando, dell’avvocato incontrato sul cammino che le aveva offerto il suo studio a Roma per dormire, della donna incontrata a Gubbio la cui figlia le aveva fatto fare un tour in motorino della città, dell’amico prete che le aveva prestato la bici. Mentre legava la bicicletta di fronte a Palazzo Madama le chiedevo se ci fosse qualcosa al mondo che non le piacesse. Troppe macchine, mi rispondeva. E le chele di granchio.

Roma invece le piaceva tanto. A un certo punto, quando era a Rieti, aveva pensato di deviare e fare un altro cammino verso sud che non passasse dalla città ma alla fine era contenta di essere venuta, anche se era troppo grande e caotica per i suoi gusti. Mi indicava con piacere il gran numero di suore dagli abiti diversi che affollavano le strade e io un po’ strabuzzavo interiormente gli occhi. Le dicevo che non capivo come si potesse credere in Dio pur avendo uno spirito scientifico come il suo. Non penserai mica che creda alla Genesi, vero? E poi anche Pascal e Cartesio erano scienziati ma credevano in Dio. E io restavo in silenzio e cambiavo argomento. M. sembrava talmente distratta da tutto ciò che vedeva e viveva al momento che, passando davanti a una chiesa aperta, si fermava per entrarci salvo realizzare che era la stessa chiesa di Sant’Ignazio in cui era stata a messa fino a poco prima.

Nel frattempo avevamo imboccato le stradine per cui ero arrivata in modo da tornare verso la zona del Vaticano dove entrambe avevamo i nostri posti letto. M. mi raccontava di essere stata portata in una profumeria in cui si produceva artigianalmente un profumo del Gattopardo per poi ricordarsi che a differenza sua io non lo avevo letto, io le spiegavo come in francese, a seconda del suono che si vuole produrre, si mette la bocca in una certa maniera. M. inizialmente non mi credeva, poi realizzava che avevo ragione. Quando parlerò ai miei amici di questo viaggio non racconterò delle cose che ho visto, racconterò di questa scoperta! E ridevamo di una francese che insegna la cultura italiana a un’italiana e di un’italiana che insegna il francese a una francese.

Intanto avevamo raggiunto il Ponte Sant’Angelo, a metà strada M. aveva tirato fuori il telefono e ci eravamo fatte un altro selfie dopo quello con lo sfondo della fontana di Trevi (J’ai eu le droit à un sourire! mi avrebbe scritto nel whatsapp di accompagnamento inviato una volta a casa ponendomi seri interrogativi sul mio approccio alle persone se financo lei, che stava vivendo forse la me più serena, notava la mia scarsità di sorrisi). Io invece non riuscivo a fotografare niente, era come togliere qualcosa al momento. Davanti a Castel Sant’Angelo il musicista che avevo incrociato poche ore prima era ancora lì con la sua tastiera e il suo microfono. Lo avevamo superato di poco quando M. aveva appoggiato la bicicletta con entusiasmo e ci eravamo messe a sedere sul muretto ad ascoltare il musicista. Avevo tirato fuori una fetta di torta che mi ero portata da Firenze e l’avevo spezzata in due. Io seguivo le scelte di M., mi stavo facendo letteralmente trasportare dal suo entusiasmo, dal suo vivere ogni goccia di vita che incrociava, dal suo candido oh la vie est belle! esclamato mentre ci mettevamo a sedere. Io probabilmente sarei passata oltre, concentrata com’ero sull’obiettivo di raggiungere casa. Invece ero lì, con una persona conosciuta poche settimane prima e mi sentivo nella totale pienezza del momento. Ce ne stavamo sedute ad ascoltare la musica e intanto chiacchieravamo di quel che ci passava per la testa, dall’importanza della psicanalisi ai Darwin awards passando per mia nonna. Mi piaceva quello scambio, a volte ero io che ne sapevo di più, a volte era lei, spesso eravamo d’accordo, ma soprattutto mi sembrava di essere entrambe sullo stesso piano. Mi sentivo talmente presente che mi veniva il dubbio di non essere realmente io ma il personaggio di un film.

Copio dal mio diario scritto il giorno dopo: Ignoro quante volte abbia ascoltato “Iron Sky” di Paolo Nutini per il solo motivo che è la canzone su cui ci siamo soffermate di più ieri a Castel Sant’Angelo. Nell’abbellimento ulteriore che il cervello fa ai ricordi già di per sé belli, quello è senz’altro uno dei momenti che ha la consistenza del qui, ora, sono dove voglio essere. In un film sarebbe stata una scena importante. La musica, le risate, Malie che mi indica un ratto e io che non lo vedo, noi due che ci guardiamo negli occhi e per un istante fuori da quell’incrocio di sguardi non c’è nulla. Poi io ho continuato a non vedere il ratto e Malie ha deciso che fosse ora di andare a casa e ci siamo incamminate.

Costeggiavamo le mura vaticane e le raccontavo che la zia che mi aveva lasciato le chiavi di casa sua era un’attrice e aveva scritto e interpretato uno spettacolo su Ildegarda von Bingen. M. ovviamente conosceva Ildegarda. Beh, è una santa, certo che la conosco mi aveva detto ridendo col tono di una che sarebbe stata essa stessa sorpresa del contrario.

Giunte all’incrocio in cui ci saremmo dovute separare mi diceva che ancora non aveva deciso se la sera dopo avrebbe dormito dai miei zii o nello studio dell’avvocato. Potrebbe essere l’ultima sera che trascorro da sola prima di riprendere a bussare alle porte. Io le dicevo di scegliere come meglio credesse, il cammino era suo, io ero solo un’ospite curiosa.

Un pensiero riguardo “Vite che sono la mia / 9

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