Vite che sono la mia / 6

Non sono una grande esperta di funerali, penso però di poter ragionevolmente dire che quello di mia nonna è stato speciale.

L’11 settembre era un classico sabato di fine estate ancora caldo. Non avevo programmi per il fine settimana, sicuramente un salto in campagna a trovare i genitori e la nonna ma per il resto solo improvvisazione. Il giorno prima ero andata a letto appena dopo cena e quindi mi ero svegliata presto, non erano neanche le 7. Il messaggio notturno di mio padre aveva preso le decisioni per me e quindi poco dopo le 9 mi ero trovata parcheggiata nella grande casa sul poggio. Con me lo zaino di chi prevede che passerà più di una giornata fuori casa.

Da che mi ricordi, la grande casa comprata dai miei nonni e successivamente divisa in appartamenti occupati da alcuni dei figli tra cui mio padre, è stata una sorta di porto di mare di familiari e non. Quando sono nata io la comunità organizzata intorno a Don Fabio Masi tra gli anni ’60 e ’70 si era dispersa però lo spirito comunitario della casa è rimasto per quanto variato in alcuni aspetti. Per dire quanto per me la famiglia sia tale in senso allargato, ricordo che in prima elementare mi fu chiesto di disegnare la mia famiglia: riprodussi non solo genitori e sorella ma anche nonna, zii, cugini e addirittura il gatto dello zio, di fatto tutti coloro che abitavano nella grande casa colonica, e niente da invidiare a un’Adorazione dei Magi rinascimentale. Quest’anima è venuta fuori in tutto il suo splendore nei giorni che sono seguiti alla morte della Nonna Giulia.

Dopo un breve saluto ai genitori ho seguito mio padre in torre, l’appartamento ricavato nella parte alta della vecchia torre longobarda attorno a cui si è sviluppato il resto della casa. Dopo l’ultima dimissione la nonna era stata trasferita lì, nella stanza che aveva condiviso con mio nonno quando avevano comprato la casa. Ci era entrata la prima volta poco più che ventenne piena di vita e di futuro, 65 anni dopo giaceva esanime nel suo letto ortopedico.

La vista dalla torre

Intanto i familiari giungevano alla spicciolata, mia cugina mi telefonava per sapere se avesse senso arrivare dalla Svizzera, mia sorella si poneva gli stessi interrogativi dovendo arrivare dall’Inghilterra. Ebbene, per quanto potesse sembrare faticoso, un senso lo aveva perché c’era l’ultimo saluto alla nonna ma anche la condivisione di un momento con la famiglia, quella allargata dell’Adorazione dei Magi di cui parlavo all’inizio. Un lungo momento durato tre giorni di inni alla vita e a tutto quello che la nonna aveva costruito.

Sabato, il giorno del decesso. Un’atmosfera ancora irreale, la notizia che finisce sui giornali e sui social, telefoni che squillano incessantemente. Ci organizziamo per mangiare tutti insieme nel cortile di casa. Ognuno porta qualcosa e lo dispone su dei tavoli, a buffet. Prima di dare il via al pranzo ci ritroviamo ciascuno davanti al proprio televisore in attesa del servizio del Tg3 regionale. Quando usciamo di casa per pranzare abbiamo tutti gli occhi lucidi. Poi si mangia e si chiacchiera seduti in cerchio. Ad un certo punto uno zio mette una cassa al centro del cerchio e collega il suo cellulare, parte un pezzo, uno degli ultimi cantati dalla nonna. Prima c’è un’arpa, poi una voce maschile, infine parte lei che canta di un aquilone che vola sempre più in alto ed è come se ci stesse salutando dalla finestra della stanza al piano terra alle nostre spalle in cui abbiamo messo la salma. Per me è in quella stanza che riconosco la nonna, la perdita definitiva, lacrime che scendono senza vergogna e senza freni. Senza dover pensare a un motivo per cui sto piangendo. Ogni tanto qualcuno arriva da fuori a vedere la salma. Arrivano i vicini a piedi, la vecchia domestica entrata a servizio quando aveva 14 anni, la famiglia del contadino di una volta. Arriva quel mondo antico che per un momento riporta la vita ad una dimensione lenta di un tempo che non c’è più. Arrivano anche mia sorella da Londra e mia cugina dalla Svizzera coi rispettivi compagni. Arrivano ed è quello che poi saranno questi giorni: rivedersi, dedicare del tempo alla famiglia che ormai quasi tutta insieme non si vede mai.

Domenica, il giorno dopo. Famiglia, approfittare delle tante braccia e cominciare a organizzare il soppalco polveroso della nonna pieno di cose che “potrebbero sempre servire”, cucinare per un altro pranzo con le stesse modalità del giorno precedente. Passare un altro pomeriggio spiaggiati in piazzale senza riuscire ad andare via. Ritrovare la fisarmonica del nonno e darla alla compagna di un mio cugino che accompagnandosi con lo strumento ci canta Ed eran tre sorelle, una delle ninne nanne dell’infanzia di tanti di noi. E’ solo un’anteprima di quel che sta per succedere. Subito dopo Chiara intona Maremma amara. Maremma amara è una delle tante canzoni che la nonna ha imparato quando andava nelle osterie con mio nonno e lui le chiedeva di cantare. Era in quelle occasioni che lei si faceva insegnare i pezzi dai cantastorie presenti e ampliava il suo repertorio. Maremma amara è una delle canzoni che come famiglia associamo alla nonna, una di quelle che cantava da ben prima dei Whisky Trail. E’ stato circa a metà canzone che ho alzato gli occhi e ho visto che molti di noi, seduti in cerchio, stavano lentamente iniziando a lacrimare in una sorta di catarsi collettiva. Ma, come dicevo, la morte della nonna è stato anche un inno alla vita di chi è rimasto, all’atmosfera comunitaria e gioiosa di cui sono impregnati i muri della casa, una celebrazione della gioia di stare insieme e allora si può imbastire una rumorosa partita di Pictionary fra cugini e affini. Poi qualcuno deve andare via, io devo fare un salto a casa a prendere dei vestiti per la cerimonia funebre del giorno dopo. Vado accompagnata da mia sorella e dal compagno, torniamo con cibo cinese per venti persone e rimaniamo in piazzale fino a che alla spicciolata ognuno si ritira in casa propria: se questi sono stati i giorni della sospensione, in cui poter andare a imprimersi ancora una volta un’immagine concreta della nonna, dal giorno dopo la bara verrà chiusa e la nonna si farà improvvisamente intangibile ricordo.

Lunedì, il giorno del funerale. La processione di macchine che lascia la casa sul poggio e attraversa la città per andare dal prete che aveva scelto la nonna, quel Don Fabio compagno di viaggio per tanti anni prima che la curia lo trasferisse. Poiché siamo tanti la cerimonia è stata organizzata all’aperto, nel cortile antistante la chiesa. L’atmosfera non ha niente di lugubre, è un incontro. Saluto Don Fabio per la seconda volta in vita mia e mi chiede di fare una delle letture, l’altra la affida a mia sorella che mai ha visto salvo avere una foto di lei insieme ad una sua parrocchiana attaccata sul muro della cucina da anni. La messa è scarna ma nell’omelia risuona una chiesa diversa da quella che pontifica con vigore su tutto. Fabio si rivolge a chi dubita e mi sembra fare il paio col prete di Sant’Agata di Pietrapiana e le sue persone che cercano. Questo filone religioso, anche a non cercarlo, sembra volermi cercare per forza. La prova costume da suora, l’incontro con M., accettare di fare la lettura al funerale senza dubbi. Poi viene il momento del ricordo. Qualcuno legge un brano del libro di memorie di mia nonna, qualcuno ne legge una poesia, qualcuno intona un pezzo della canzone dei Whisky Trail che i cugini avevano preparato per una sua festa anni fa, qualcuno semplicemente la ricorda facendoci ridere o piangere o entrambe le cose insieme, i Whisky Trail chiudono con una giga e pare di vedere la nonna che si allontana dal microfono per raggiungere il fronte del palco a passo di danza con un sorriso luminoso sul volto.

A cerimonia finita torniamo a Scandicci, di nuovo a fare la fila al buffet per poi sedersi in cerchio a mangiare e chiacchierare. Finché non vengono tirati fuori gli strumenti e comincia un pomeriggio improvvisato di musica. Fisarmonica, violini, chitarre, clarinetto, percussioni, un po’ di musica irlandese, un po’ di stornelli toscani, un po’ di canti anarchici, tante danze, tanta felicità di stare insieme. L’ultima badante della nonna positivamente sconvolta che passa il pomeriggio a filmare questa famiglia bizzarra che invece di piangere ride, le persone che avevano impegni che li spostano sempre più in là nel corso della giornata, altri che proprio li annullano perché la casa è diventata una sorta di buco nero che non vuol lasciare andare via nessuno. E così chi stava per tornarsene a casa si trova a seguire la brace che è stata accesa per fare un’ultima grigliata per salutare questa tre giorni catartica in cui è stato sfoggiato tutto il repertorio di quel che la Nonna Giulia aveva costruito.

Termina così la mia sesta vita post estate, con la nonna che è di nuovo viva nei miei ricordi e io che mi preparo a tornare alla normalità.

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