Il 7 giugno scrivevo dal monolocale della mia amica Giulia a Bussy Saint Georges, periferia quasi campagna di Parigi, oggi sto scrivendo dal monolocale di Guillaume e Shirley, i miei host dello chateau, a pochi passi dalla Gare Saint Lazare, Parigi intra muros. Per un paio di settimane me lo lasciano usare gratuitamente, poi hanno già degli affittuari a cui va lasciato. Il monolocale (studio in francese) è al quinto piano di quello che immagino fosse un palazzo signorile. L’accesso al piano si fa da una porta secondaria, sormontata dalla scritta “service”, le scale sono tante, una spirale fisica e interiore di fatica, poi un corridoio con più svolte e in fondo a sinistra l’appartamento, una reggia per gli standard parigini. Sono arrivata ieri mattina, con un aereo partito alle 6.45 che mi ha permesso di volare nella totale inconsapevolezza sia della mia paura degli aerei sia di quello a cui stavo andando incontro. Sono arrivata ieri e non ho un biglietto di ritorno.

Un mese e mezzo fa sono tornata a Firenze, un po’ contenta di rivedere famiglia e amici, ma con la nemmeno troppo strisciante sensazione che non sarei voluta rimanere più a lungo del necessario. Sono rientrata spaesata, inizialmente anche in difficoltà davanti alla necessità di ricostruire un terreno comune con le persone che mi ero lasciata indietro a febbraio. Per tre mesi e mezzo ogni cosa era una scoperta, tornare al già conosciuto, al cristallizzato, inizialmente mi è risultato difficile e noioso. Non credo sia un caso che durante la mia prima settimana italiana, il ricordo più vivace che ho è quello di un matrimonio durante il quale ho fatto una lunga chiacchierata (in francese) su musica e linguistica col batterista del gruppo che avrebbe suonato dopo il pranzo e di un tavolo in cui, a parte mia sorella, conoscevo buona parte delle altre invitate ma non le frequentavo abitualmente. 

Sì, per la prima settimana mi sono sentita soprattutto un pesce fuor d’acqua ma sarebbe ingeneroso da parte mia parlare generalmente male del mio rientro perché è stato in questo mese e mezzo che ho avuto modo di raccogliere i frutti del viaggio. In particolare quelli che riguardavano il mio rapporto con me stessa e con gli altri. E’ come se durante i tre mesi e mezzo di Workaway avessi trovato il mio posto nelle amicizie, nella famiglia, la certezza di essere quella persona lì e di agire di conseguenza. La fiducia acquisita nel confronto con gli sconosciuti, si è poi riversata su quello con i conosciuti. La sincerità, la capacità di affermarmi, la serenità con cui poi mi sono rapportata agli incontri (e forse, dopo tutto, alla vita) hanno fatto sì che le mie relazioni con gli altri ne siano uscite rafforzate. Ma, soprattutto, la curiosità, l’invidia buona, l’ammirazione per quello che era stato il mio viaggio da parte di tante persone (alcune delle quali mi hanno decisamente sorpresa), mi hanno permesso di vedermi con altri occhi, quelli con cui forse gli altri mi vedevano anche prima ma che io non percepivo.

Dopo una settimana fiorentina sono andata per quindici giorni in Sardegna, a Stintino e mi sono annoiata mortalmente entrando in un circolo vizioso per cui non avevo voglia di fare niente se non leggere, leggere e leggere, quasi cercassi nei libri storie che in quel momento non ero in grado di scrivere poiché ero nella casa che da 36 anni accoglie le mie estati quasi sempre uguali a se stesse. Solo un fine settimana ho combattuto la pigrizia e sono andata via per due giorni in solitaria nella zona di Dorgali. Ho attraversato in macchina un pezzo di Sardegna, da nord-ovest a centro-est, meravigliata dai suoi paesaggi, dalle sue distese dorate tempestate di alberi di sughero dalle chiome verde intenso, dai suoi massicci aspri e drammatici. Sono stata alla fonte su Gologone, ho fatto due passi in fronte al Supramonte, ho attraversato il ponte sul fiume Cedrino e i suoi canyon, ho quasi pianto davanti alla costa che da Cala Gonone si estende verso sud, ho chiacchierato con la proprietaria del B&B in cui ho dormito, ho scherzato con le sue figlie alle elementari, ho attaccato bottone con alcuni dei passeggeri che hanno condiviso con me la gita in gommone lungo la costa. Sono tornata a Stintino e ho ritrovato la famiglia che mi aveva chiesto informazioni una sera che ero alla Pelosa in compagnia del mio libro di lettura. Abbiamo finito per scambiarci il numero di telefono. Delle due settimane sarde, di fatto, mi sono portata dietro la cosa più simile al viaggio che potessi: luoghi nuovi e nuovi sconosciuti da conoscere.

Sono tornata a Firenze per un altro matrimonio ma, soprattutto, sono tornata con la consapevolezza che dal 3 luglio il mio calendario fosse totalmente vuoto e che dovessi ormai decidere cosa fare da grande. A ogni domanda sul futuro svicolavo, dicendo che non mi vedevo a Firenze ma che ancora dovevo decidere come e quando partire. Workaway? Ricerca di lavoro? Che lavoro? Come? Dove? Quando? E intanto passavo le giornate inebetita da Raisport o a scrivere canzoni che in pochi avrebbero ascoltato. Uscivo la sera, organizzavo cene a casa, una volta svanita l’infatuazione (ma non l’amore!) per il viaggio riscoprivo il piacere profondo delle amicizie che avevo a Firenze ma continuavo a non sentirmi nel posto giusto. Una sera, di punto in bianco, ho aperto l’applicazione di Workaway e ho iniziato concretamente a pensare di ripartire. Dopo meno di un’ora avevo un biglietto aereo per Parigi e la consapevolezza che potevo ancora prendere tempo prima di decidere cosa farne di quel volo. Tre settimane dopo, nonostante un’ansia a tratti paralizzante e tre settimane in cui ho girato come una trottola, sono qua, a Parigi, e non sono partita per fare Workaway ma con la sicurezza che in caso di difficoltà e disperazione, prima di tornare in Italia, posso proseguire il mio viaggio antropologico nelle famiglie che vivono in Francia. Sono a Parigi e il mio obiettivo è restarci. 

Nelle settimane che seguono vorrei provare a raccontare questa nuova avventura, diversa da quella che l’ha preceduta, non semplice ma, anche questa, da affrontare con le coeur ouvert à l’inconnu.

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