Quando ho mandato ai miei genitori la foto della casa in cui sono adesso sono rimasti sbalorditi dalla sorta di escalation che ho fatto durante il viaggio. Ogni porta chiusa dietro le mie spalle è stata il preludio per l’apertura verso abitazioni sempre più ricche di fascino. Superare quello della casa in cui mi trovo adesso credo sarà difficile. Mi trovo infatti in uno chateau dalle parti di Cognac. Il giorno in cui sono arrivata mi è stato sicuramente anche detto da quanto tempo appartiene alla famiglia ma ogni arrivo in una nuova casa è un tornado di informazioni esplicite e implicite da recepire quindi qualcosa si è perso. Imputo l’assenza dell’informazione all’arrivo ma non posso escludere che lo champagne e l’ottimo vino bordolese che hanno bagnato il mio primo pasto al castello giochino un ruolo.

Chateau visto dall’orto, per una foto da davanti rimando al precedente post

Castello, champagne, ottimo vino, sembrerebbe il preludio di una permanenza regale. Che a tratti è ma, non bisogna invidiarmi troppo, lo champagne e l’ottimo vino servivano solo a festeggiare il compleanno di Guillaume, il marito della coppia che mi ospita adesso, gli altri giorni sono stati bagnati da acqua e da qualche aperitivo pre cena a base di whiskey o Pineau, in pratica del Cognac addolcito dall’aggiunta di succo d’uva da bere con ghiaccio.

Dopo il disordine familiare di casa di Jen, questa casa è decisamente agli antipodi. Un po’ di disordine rimane, la famiglia si è trasferita a gennaio, ma non c’è niente di quello spirito un po’ selvaggio che mi ha accompagnata a Badefols-d’Ans. Un po’ però forse era prevedibile, la fascia di età nuovamente è più vicina a quella dei miei genitori che alla mia.

Sono quindi ospite di Guillaume, Shirley e due dei loro tre figli, la maggiore ha finito il liceo lo scorso anno e attualmente è a Parigi per uno stage in uno studio di architettura, strada che spera di intraprendere in futuro. Nello château ma in un appartamento indipendente vive anche Anne, la madre di Guillaume. Il padre è morto a febbraio.

La prima cosa che mi salta all’occhio durante il pranzo di domenica è che tutti, dai coniugi ai figli, alla coppia di amici venuta per festeggiare il compleanno di Guillaume, indossano i mocassini. Quasi tutti indossano un pantalone o un maglioncino bianco crema, quest’ultimo generalmente appoggiato sulle spalle.

A parte la nota di colore il pranzo è piacevole, se riuscissi a capire tutto quel che viene detto forse sarebbe anche meno straniante. Sono arrivata il giorno del ballottaggio presidenziale e ovviamente è stato tema di battute e commenti. L’unica cosa che ho capito è che non sembravano amare né l’uno né l’altro candidato. L’unica battuta che ho capito con certezza era quella per cui si erano trovati a dover scegliere fra quello che era andato a letto con la madre e quella che aveva ucciso il padre.

Fiume che attraversa la proprietà e che alimentava il mulino ancora presente ma non funzionante.

La famiglia è colta e parla un francese corretto e pulito, in più ha la vocazione a insegnare quindi ogni volta che sbaglio qualcosa mi correggono con mia somma felicità, ogni volta che ho un dubbio sono sicura di trovare in loro una risposta. Detto questo sono molto sorpresi dalla qualità del mio francese e io sono contenta di poterlo parlare quotidianamente anche se faccio veramente fatica a capire i figli e quando la famiglia parla tra di sé, un po’ perché parlano molto velocemente, un po’ perché mi mancano gli elementi propri di ogni famiglia per comprendere appieno i loro riferimenti.

Le giornate sono molto rilassate, il lavoro da fare è molto ma Guillaume e Shirley non hanno fretta. In genere lavoriamo qualche ora la mattina con pausa caffè alle 10.30 insieme ad Anne e se non c’è lei con la sua donna delle pulizie. Anne ha preso quest’abitudine circa 60 anni fa quando faceva la ragazza alla pari a Londra, da allora se la porta dietro ovunque sia, anche quando va alla sua banca alle 10.30 trova un caffè ad aspettarla. Dopo la pausa caffè riprendiamo a lavorare fino al pranzo veloce in genere a base di insalate e, immancabile, formaggio. Finito il pranzo e una breve siesta riprendiamo a lavorare per un paio d’ore.

La mia finestra al mattino

Se da Jen ho avuto la possibilità di esplorare il mio lato più familiare, di occhio al dettaglio, di cura e attenzione, qui invece sto mettendo insieme tanti piccoli tasselli che, se riesco a non dimenticarli e farli pienamente miei, potrebbero rendermi una vera risorsa in futuro. Da quando sono arrivata ho usato un trattore tagliaerba, una tagliaerba semplice, un decespugliatore, una fiamma ossidrica contro le erbacce, una idropulitrice, una motosega. Non sono stata perfetta nell’utilizzo ma sono stata sicuramente volenterosa ed entusiasta di apprendere. A dirla tutta, ho chiesto io se potevo usare alcuni di questi attrezzi. Con passione e pazienza Guillaume mi ha insegnato, mi ha seguita e detto che non era un problema se non ero perfetta, stiamo tutti imparando. E, come scrivevo in un messaggio qualche giorno fa, le cose che mi rendono felice in questi giorni sono usare decespugliatori, trattori tosaerba e motoseghe. Non sono le sole, certo, ma è stato un cambio di prospettiva sicuramente inaspettato.

Tra le varie cose inaspettate di questo viaggio ci metto anche il mio rapporto con i cani. Dalle timide passeggiate col cieco Milou per Lézignan-Corbières alle quasi rincorse di una Mar senza guinzaglio per le campagne catalane, dalle ore di lavoro solitario accompagnata solo da Poppy e la sua artrite (e voglia di giocare) alla mia routine serale in cui dopo cena mi faccio una passeggiata in giardino con Punch, il Border Collie della famiglia, lanciandole bastoni che non guarda e che non sa ritrovare a meno che non le cadano davanti al naso, ho trovato nei cani dei fedeli compagni di viaggio. Qualche giorno fa, in uno scambio di messaggi con Jen, le dicevo che alla fine di questo viaggio probabilmente scoprirò che quel che realmente voglio è esaudire il desiderio tutto borghese di una famiglia con figli e un cane.

Routine serale

La fine di questo viaggio ha anche una data, 7 giugno, e quando ho fatto il biglietto ho sentito cadere una cascata di polvere di tristezza. Avere una data finalmente precisa è stato come ricordarsi che non sono in giro a tempo indeterminato. Avere una data precisa significa che sono contenta di rivedere volti familiari e amici ma, in questo momento, è anche portatrice di una sensazione che mi accompagna da quando sono partita: non riesco ad immaginarmi a Firenze.

Crepuscolo sul retro

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