Durante il tempo che intercorre fra un post e l’altro mi annoto tutte le cose di cui vorrei scrivere quando mi rimetterò davanti al computer. Quando arriva il momento poi, non solo mi ricordo di tutte le cose che non ho annotato, ma finisco anche per lasciare che il post prenda un po’ la sua strada, quasi fosse un flusso di coscienza. E proprio mentre scrivo queste parole, “flusso di coscienza”, mi viene in mente il lungo messaggio che ho scritto a S., una delle donne con cui ho fatto l’atelier di valorizzazione dell’immagine professionale e con cui, visto un certo numero di affinità, sono rimasta in contatto, e già vado fuori tema rispetto al mio programma iniziale ma, a questo punto, partirò da lì, da S. e dal perché le ho mandato un lungo messaggio che era più una lettera, ovviamente in francese, e che è stato per me un buon test riguardo alla mia capacità di esprimermi anche per iscritto. Ma sto andando ancora più fuori tema.

S. mi assomiglia molto ed è per quello che la capisco, anche se ha una decina d’anni in più di me e tutta un’altra storia. S. mi sembra me prima del viaggio, prima di aver lasciato andare, prima di aver messo da parte la paura e la sensazione di sentirsi sempre fuori posto. Durante l’atelier a volte mi veniva da ridere nel riconoscere in lei così tanti atteggiamenti che hanno permeato il mio modo di essere. Una precisione e puntigliosità a volte fine a se stessa, una necessità di avere tutto sempre chiaro, una difficoltà a selezionare le informazioni importanti, una difficoltà ad uscire dall’ordine della propria testa. A differenza mia però fa tutto ciò con un sorriso grande, luminoso ed estremamente comunicativo. A me veniva da ridere, dicevo, e durante l’atelier l’ho spesso presa in giro, con benevolenza, perché mi riconoscevo e lei, che è una donna autoironica, colta e intelligente, rideva di sé e capiva esattamente da dove arrivasse il mio modo bonario di farle notare le cose. Quando lunedì mi è arrivata la convocazione per un colloquio, è stato naturale chiedere a lei se le andava di aiutarmi a prepararlo, e se proprio non ci andava di stare dietro a quello, almeno di parlare in francese che per me è sempre un’azione utile che mi aiuta ad acquisire sicurezza, forma e vocabolario. Martedì pomeriggio sono quindi andata a casa sua.

S. abita nel XVIII arrondissement, nella parte ancora rimasta popolare. Entrare nello stabile è come entrare nell’immagine che si ha di Parigi, delle scale strette in legno che salgono fino al quinto piano, il suo, dei tetti del palazzo che corrispondono anche alle mura del suo appartamento. L’appartamento è pieno di luce, con sprazzi di quella decadenza dall’aria un po’ vintage ma che in realtà cela la difficoltà economica di farvi fronte. Ma a parte questo il luogo è accogliente, aperto, di angusto non c’è proprio niente. Per arrivare sono scesa alla fermata della Chapelle e ho preso l’avenue Max Dormoy, in pratica un serpentone della Parigi sporca che cerca di barcamenarsi. Venditori di sigarette di contrabbando, sporcizia per terra, gruppi di giovani uomini appoggiati ai muri a non fare niente. Poi, basta girare in una strada secondaria e ci si ritrova in scorci pieni di charme prima di tornare al puzzo di pipì incollato ai muri dei palazzi e, quando sono venuta via nel tardo pomeriggio, facce mangiate dal crack e un principio di rissa calmata immediatamente da una pattuglia della polizia che passava lì vicino a piedi.

Appena prima di lasciare l’appartamento di S. per tornare a casa, mi ha chiesto come mai fossi venuta a Parigi e cosa pensassi delle “petites gens”, se ho ben capito di fatto quello che viene chiamato, a volte con disprezzo, il popolo. Di fatto le ho raccontato chi fosse la mia famiglia, che avevo avuto bisogno di andare in un posto in cui il mio cognome non arrivasse prima di me ma che mi rendevo conto che il mio essere solo Francesca era inscindibilmente legato anche al cognome e alla storia che mi portavo dietro e del privilegio che questo costituisse per me. Non tanto perché appartengo a una élite ricca o potente (o almeno, non più da un po’ di tempo) ma perché credo di appartenere a una famiglia che non ha subito la storia e che, anche quando lo ha fatto, ha sempre avuto gli strumenti per stare dalla parte di quelli che non affondavano. Durante il pomeriggio S. mi aveva parlato di Sartre che veniva considerato un héritier mentre Camus un boursier, uno che apparteneva a un gruppo e l’altro che doveva farsi strada per entrare nel gruppo, io ci ho riflettuto e mi sono resa conto che ci sono tanti circoli in cui, vuoi per tradizione familiare o vuoi per il lavoro che ho fatto per dodici anni, mi sento a casa, come se appartenessi a quei posti, magari in piccolo ma pur sempre una heritière.

Questo atteggiamento l’ho visto ancora più chiaro il giorno dopo quando sono andata a prendere un improvvisato bicchiere di vino con un’amica di un’amica di una cugina di mio padre (a proposito di Parigi che funziona per reti di conoscenze). Anche Cristina si è trovata a Parigi in fuga da un cognome che arrivava prima di lei e mentre parlava del suo lavoro ha nominato vari nomi che sembravano uscire dalla rubrica del mio di lavoro o sapeva esattamente chi fossero le persone di cui parlavo. Abbiamo chiacchierato, quando mi ha detto che collabora con alcune case editrici le ho chiesto se a Parigi ci fossero case editrici che trattassero cose scritte in italiano e le ho spiegato il mio caso di persona che ha scritto un romanzo breve che è molto piaciuto a due persone che con le parole lavorano e che è alla ricerca di un editore. La domanda mi sembrava un po’ stupida perché, per quanto grande la comunità italiana, rimaniamo pur sempre in Francia, ma io ho deciso di buttarmi lo stesso e per l’appunto Cristina conosceva una persona che poteva essere se non necessariamente interessata, almeno una buona fonte di consigli. Lo sto dicendo fino alla noia ma credo che sia questo buttarmi senza la paura di un rifiuto che stia facendo la differenza.

Il centro culturale/conservatorio delle Lilas parla chiaro

Il giorno dopo sono andata a vedere un monolocale, in una di quelle visite terrificanti in cui l’agente immobiliare apre le porte a un gruppo di persone in contemporanea il giorno e l’ora fissata per le visite e poi dopo sarà una lotta al migliore dossier. Tra i visitatori c’era un italiano arrivato anni fa a Parigi senza niente, i primi tempi stava in una stanza di servizio di nove metri quadri ricavata in un palazzo abitato da vecchie prostitute che continuavano a ricevere i loro clienti; le toilettes erano in corridoio e bisognava stare attenti quando si tirava lo sciacquone perché era uno di quegli sciacquoni che tritavano il contenuto rilasciato nel wc. Col tempo era entrato nel mondo della musica e della scrittura per altri, ci siamo scambiati i contatti e mi ha detto quel che alla fine è alla base del mio tempo qua: Parigi è una città in cui bisogna rischiare.

A questo punto ho già scritto tantissimo e ho toccato metà dei temi che mi ero riproposta di toccare quindi chiuderò qui e mi terrò il resto per la prossima volta. Ma ho cercato di regolare i miei conti con Victor Hugo e il suo racconto delle fogne di Parigi andando a visitare il museo ad esse dedicato. Qualche giorno dopo ho finalmente trovato il ristorante in cui avrò voglia di portare chiunque perché buono, a prezzi civili, con personale che ti mette in pace col mondo e in un quartiere che sembra più un tranquillo villaggio della Francia rurale che Parigi. Ho realizzato sempre di più che Parigi non è in piano e che ci sono momenti in cui il problema della Francia con gli attentati ti viene sbattuto in faccia perché passeggiando domenica scorsa mi sono trovata dalle parti del tribunale. Per finire, credo di averlo già scritto, ma Parigi è infinite città tutte in una.

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