Quando ho iniziato a scrivere, dieci giorni fa, era mercoledì tardo pomeriggio. Non uscivo di casa da praticamente due giorni salvo un passaggio a rendere dei libri in biblioteca e un salto in boulangerie la mattina. Nei dieci giorni precedenti, oltre a riprendermi da un raffreddore particolarmente fastidioso, stavo cercando di limitare qualunque contatto non strettamente necessario che rischiasse di compromettere i miei programmi: un rientro in Italia per le vacanze di Natale. Nei miei piani iniziali non era previsto, contavo di aver trovato un lavoro e che non mi sarebbe stato possibile chiedere un numero ragionevole di giorni per tornare a casa. La morte di Morgane ha sconvolto le mie prospettive e negli ultimi due mesi il mio lavoro è stato ricercare un senso nelle cose, per il lavoro non avevo testa e mi sono limitata a sostenere (e peraltro superare) un colloquio che avevo da tempo fissato dieci giorni dopo il decesso.

Il rientro a Firenze è stato quasi surreale, per le prime quaranta ore circa è stato come se non fossi mai partita. Solo quando ci ho messo un tempo che mi è parso lunghissimo per attraversare la città in macchina ho avuto forte la nostalgia della metropolitana che nello stesso tempo mi avrebbe probabilmente permesso di attraversare l’intera Parigi (ben più grande di Firenze) senza che dovessi concentrarmi sulla guida. Superate le prime quaranta ore è arrivata la consapevolezza che fossero passati due mesi esatti dalla morte di Morgane e quella patina protettiva di un posto al quale lei non apparteneva si è sciolta in un istante e il dolore è rientrato in quello spazio interiore in cui credo mi accompagnerà ovunque andrò.

Dall’ultima volta che ho scritto non è cambiato molto. Ho avuto un raffreddore che mi ha fatto rimpiangere il Covid, è finalmente arrivata qualche settimana di freddo in cui il mio corpo ha sentito che era dicembre anziché aprile salvo poi maledire l’assenza di un abbigliamento adeguato quando mi sono trovata ad uscire, mi è stato comunicato che avevo superato un colloquio che avevo sostenuto a inizio novembre e che ad un certo punto verrò chiamata per entrare ufficialmente in servizio. Nel frattempo ho passato più tempo del solito con Elio e quando l’ho salutato per le vacanze mi sono sentita triste perché la leggerezza dei suoi nove anni e mezzo è quella che probabilmente mi sta tenendo a galla più di tutte. Sono anche uscita una sera con alcune amiche di Morgane, persone curiose, interessanti e divertenti che spero di vedere in futuro, magari senza il costante peso addosso di essere intorno allo stesso tavolo perché la persona che ci aveva messe in contatto non c’è più.

Ho continuato a mettere insieme pezzi di questo paese così vicino ma forse anche così lontano. I formaggi come dessert, un parlare che è tutto sigle e abbreviazioni, la lamentela costante come modus vivendi. Ho capito che i quartieri sono pericolosi prevalentemente se non li conosci e che questo vale forse un po’ per tutto.

Sono stata a Saint-Germain-en-Laye, ultima fermata della RER, campagna ovest di Parigi, una domenica pomeriggio con un’amica in una delle rare giornate terse e limpide di dicembre. Abbiamo passeggiato sotto un sole che faticava a riscaldare temperature che non superavano lo zero, siamo entrate in una chiesa trovando un concerto per organo e voce di cui abbiamo ascoltato solo l’inizio, abbiamo attraversato un mercatino di Natale con pochi banchi deludenti. Prima di entrare a scaldarci in una libreria abbiamo realizzato cosa ci fosse di strano in tutto quel pomeriggio: avevamo visto solo persone bianche, eravamo lontane dalla mescolanza di culture di Parigi.

Sono stata anche a teatro, invitata da una delle mie host del Workaway. Da circa un mese lavora a Parigi ed è stato per me commovente poter rivedere un pezzo di quel viaggio che mi ha convinta definitivamente che ce la potevo fare a misurarmi con l’estero, con l’ignoto, con tutto ciò che sta fuori dalla mia comfort zone. Abbiamo visto lo spettacolo Boys, boys, boys di Florence Foresti, un one (wo)man show comico. Alcune battute erano più pregnanti per persone un po’ più adulte di me, di alcune mi mancavano i riferimenti culturali per comprenderle, per il resto ho riso e sono stata contenta di essermi potuta misurare con uno spettacolo in quella che non è la mia lingua ma che ha contribuito a farmi sentire un po’ di più parte di questo paese che ho scelto.

Circa due settimane prima di partire sono stata a casa di un’amica conosciuta durante un atelier promosso dal Pôle Emploi e mi ha chiesto di fare un bilancio dei miei primi cinque mesi parigini. Non è stato semplice allora e non lo è neanche adesso, di fatto il velo di tristezza per questa morte insensata spegne un po’ ogni entusiasmo. Dopo una settimana a casa però posso dire che non provo una nostalgia lancinante per l’Italia, anzi, sono entrata nella fase in cui sento che queste non sono le strade che ho voglia di percorrere tutti i giorni e che inizia a mancarmi il francese.

Quando sono partita a luglio pensavo che avrei avuto un lavoro (che invece non ho) entro Natale, sono molto più precaria economicamente ed emotivamente di quanto non avrei pensato, non ho prospettive future immediate ma so anche che ho fatto quel che potevo, che i primi tre mesi sono stati una ricerca, i secondi due cercare di restare a galla e di più non potevo fare. So che sono partita quasi alla sprovvista ma che l’impatto con la grande città più che inibirmi mi ha spinta a trovare risorse che non avevo mai pensato di avere. So che nonostante la precarietà, l’incertezza, le difficoltà, non mi sono mai pentita di aver lasciato l’Italia e non mi sono mai pentita di aver scelto Parigi. Continuo a credere che è a Parigi che sono sempre più vicina alla persona che voglio essere.

Visto che ci sono, la mia playlist del 2022. Non sono riuscita a scegliere una canzone per mese ma qui dentro c’è più o meno tutto questo 2022 in cui finalmente ho incontrato la vita per un periodo più lungo di una vacanza.

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