Quando ero in Africa… – 24 – Miscellanea scolastica

Realizzo che la maggior parte delle cose di cui scrivo hanno a che fare con la scuola, poco sorprendente se si considera che la scuola costituiva buona parte dei miei impegni quotidiani quindi con questo post cercherò di esulare un po’ dalle dinamiche scolastiche pur parlandone.

Intanto partirei da una curiosità riguardo il tema caldo del 2021: i vaccini. Anche a Johannesburg si facevano i vaccini a scuola. Nel corso dei miei tre anni laggiù ho ricevuto dosi di Rosolia, Morbillo, Epatite B e Tubercolosi. Proprio così, ho fatto una delle dosi del vaccino per la Tubercolosi. Un po’ come mi capitava col vivere in una città col tasso di criminalità elevatissimo, aver fatto anche il vaccino per la TBC mi pareva qualcosa di cui vantarmi, da aggiungere alla lista delle cose da vera dura che caratterizzarono i miei anni sudafricani.

Tra i miei vanti più attinenti alla sfera intellettuale che a quella da bad girl (che ovviamente non ero, anzi) invece inserirei la partecipazione a ripetuti test di misurazione del quoziente intellettivo a cui venivo sottoposta con un gruppo di altri bambini. Come un po’ tutto anche questo ricordo inizia ad avere contorni sfumati ma nella mia memoria più di una volta fui convocata nel laboratorio di scienze e mi fu somministrato un questionario di non ricordo più che genere. Quello che ricordo è che un giorno mi venne consegnata una lettera in cui, visti i risultati ottenuti nei test, i miei genitori potevano valutare un’altra scuola, più adeguata alla mia inclinazione. Quando la lessero i miei genitori si fecero delle grandi risate e io con loro ma sotto sotto un po’ mi chiedo: e se avessero avuto ragione i test? Sta di fatto che rimasi una studentessa della Jeppe Prep finché non tornai definitivamente in Italia. Per chi se lo stesse chiedendo, dal test si denotava una mia spiccata inclinazione per le attività manuali. Probabilmente chi mi conosce avrà la stessa reazione che ebbero i miei genitori. Ora, non ricordo se si suggeriva una scuola più creativa in generale, ma quella lettera è entrata un po’ nella leggenda della mia famiglia e la mia indole creativa è rimasta tarpata per anni.

Tra le altre cose che ho fatto a scuola menzionerei degli incontri con una logopedista perché avevo una esse sibilante. Ovviamente non ho ricordo di aver mai pronunciato male la esse e mi devo rimettere alla memoria delle lezioni della dottoressa, per quanto ne so io l’unica particolarità linguistica che mi ha caratterizzato in età infantile è stato un lieve accento sardo che si è disperso una volta cominciate le scuole medie e che vagamente ritorna al terzo giorno di Sardegna ogni volta che vado.

Concludo con una veloce carrellata di altre cose che ho fatto a scuola: partecipato a un concorso di non ricordo più cosa ma so che salii sul palco e feci finta di essere Bruce Springsteen che cantava “Born to run”; vinto un terzo premio al Flower Show ma sospetto che la composizione fosse opera di mia madre; fatto con le mie mani un plastico in pasta di sale delle zone altimetriche del Sudafrica; fatto piangere mia sorella per un ritardo a scuola; non aver mai avuto una singola battuta in una recita scolastica e l’unico anno in cui mi sarebbe toccata, il 1994, non partecipai alla recita perché ero in Italia; cantato (come coro) sicuramente “A kind of Magic” dei Queen e “See you later alligator” di Bill Haley and the Comets a un’altra recita scolastica; tremato davanti alla notizia che a uno dei cancelli della scuola era stato avvistato più volte un uomo sospettato di pedofilia e sospirato di sollievo perché non passavo da quel cancello senza comunque aver ben chiaro cosa fosse un pedofilo; vedermi sequestrato il pallone da rugby che avevo portato a scuola sulle ali dell’entusiasmo della vittoria sudafricana ai mondiali del 1995; partecipato a un allenamento della squadra di calcio ma essermi annoiata a morte perché mi misero in difesa, giocammo tutto il tempo in attacco e io non superai mai la metà campo, a dire il vero credo che passai quella partitella abbracciata al palo cercando di parlare con il portiere.

Una foto sfuocata del plastico di cui sopra

A volte l’infanzia sa essere un periodo davvero curioso quando la si guarda con gli occhi di chi siamo diventati da adulti.

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