Vite che sono la mia / 1

Due mesi che non scrivo, due mesi in cui è successo di tutto. Ogni settimana mi ha regalato una nuova vita e ogni vita è stata vissuta fino in fondo. Con la calma che si confa al cognome che porto, cercherò di riprendere il filo.

Quando il 29 di agosto sono rientrata a Firenze pensavo che l’estate fosse ormai finita, che la Grecia mi avesse regalato ancora una volta quella serenità di una vita che non ha altro da chiedere, ma che al massimo, una volta tornata a casa, avrei potuto riordinare i cassetti perché davvero, erano un caos pieno di cose ormai da buttare. Mi sbagliavo.

Certe rivoluzioni si presentano belligeranti e focose, la mia, invece, quando ha suonato il mio campanello era bionda, con gli occhi azzurri e  cristallina. Come molti degli eventi dirompenti della storia europea, anche lei parlava francese. Non è stato casuale, è arrivata tramite mia sorella, ma è stato sicuramente uno di quegli incontri che in qualche modo riscrivono i percorsi di una vita perché spalancano gli occhi su nuovi modi di guardare se stessi e il mondo. 

Quando M. mi aveva contattata a fine giugno alla ricerca di un tetto sotto cui dormire a Firenze a inizio settembre, ero stata forse poco espansiva nel risponderle che non c’era problema, un po’ per indole e un po’ per il mio francese arrugginito. In realtà mancavano due mesi alla sua venuta e già morivo dalla curiosità di conoscere storie nuove. Mai avrei pensato allora che la storia nuova sarebbe stata in parte anche la mia.

(Non amo particolarmente i nomi sostituiti da iniziali puntate ma M. mi è sembrata talmente insospettita dal mio mettere foto su Instagram in cui si vedono persone che non conosco, seppur da dietro o da lontano, che userò questo espediente.)

Quindi M., quanto di più diverso da me potesse capitarmi in casa: bionda, occhi azzurri, capelli lisci, espansiva, sorridente, entusiasta di tutto ed estremamente credente. Il suo nome tradotto in italiano significa “euforia collettiva” ed è quella che piano piano ha iniziato a distillare nelle mie varie personalità (collettive, appunto). Ma a questo arriverò con calma perché M. tornerà più volte a settembre. Per ora è l’ultimo giorno di agosto e stiamo facendo un tour concentrato di Firenze.

Il mercato di San Lorenzo, il pranzo da Mario, le vie del centro, i consigli sui gelati da non perdersi e quelli da evitare, la testa di bue del Duomo, l’importuno di Michelangelo, Santo Spirito. Nelle chiese M. si inchinava quando entrava, io distoglievo lo sguardo quasi imbarazzata da una fede che superava il segno della croce all’ingresso però poi da San Felice in Piazza una suora l’aveva invitata a uscire poiché vestita troppo poco (shorts da trekking e maglietta) e io un po’ mi ero arrabbiata. Intanto le ore erano passate, ci eravamo un poco conosciute e potevo dirle liberamente che ero atea e che questi aspetti della religione mi infastidivano molto. M. un po’ era d’accordo con me ma non si era inalberata, ne aveva parlato come di una delusione, ma una delusione personale, del singolo, non generale, “istituzionale”. La conversazione era finita lì e mentre bevevamo un chinotto in piazza della Passera il sole di poco prima aveva lasciato spazio a un temporale estivo. Riparate da un ombrellone la guardavo mentre telefonava alla sorella e pensavo a che buffo personaggio avessi davanti, così diversa da me ma in qualche modo, a pelle, anche così simile a me. Ci conoscevamo da meno di 5 ore e ancora non c’era stato un silenzio imbarazzante. A parte quando non si accontentava delle mie brevi e appassionate nozioni sulla città di Firenze, faceva domande più specifiche e io mi rendevo conto di non saper rispondere ma quello era un imbarazzo da addurre al mio orgoglio piuttosto che al non sapere cosa dirsi. 

Con lo scemare della pioggia poi ci capivamo: reduce da due settimane in cui avevo assaporato il piacere della solitudine dopo una giornata a parlare e condividere gli spazi con altri, le dicevo che non c’era problema se voleva rimanere un po’ da sola in città, ci saremmo incontrate per cena a casa, una vera cena italiana: spaghetti al pomodoro cucinati ascoltando musica italiana.

Il mio francese nel frattempo si era sciolto e con esso anche la mia sorpresa, come se non fossero passati sedici anni dal mio esame di maturità, al massimo pochi mesi. Addirittura mi chiedevo se non lo parlassi meglio ora di quando ero fresca di studi. Ma l’ho capito dopo: rispetto agli anni del liceo avevo perso la paura di sbagliare. Anche quando M. qualche volta se ne usciva con parole mai sentite prima, con l’umiltà di chi sa di non sapere gliene chiedevo conto. Oufissime, nickel, dingue, carrément. Parole che un po’ esulavano dagli studi a suon di Balzac, Flaubert e Apollinaire ma che sono stati l’inizio di un modo nuovo per me di apprendere: facendo concretamente, magari sbagliando, e non tramite una lettura destinata a rimanere sulla carta.

Questo primo incontro con M. è durato meno di 24 ore, la mattina dopo io sono andata a lavorare e lei, raggiunta dalla sorella, ha ripreso il suo pellegrinaggio a piedi verso Roma. Intanto però una goccia aveva iniziato a scavare. Possibile che avessi parlato francese tutto il giorno sobria e senza imbarazzo? Possibile che su sua richiesta avessi cantato un paio dei miei pezzi sempre sobria e sempre senza imbarazzo sentendola usare il verbo frissonner di cui ho intuito il significato quando mi ha mostrato la pelle degli avambracci? 

Possibile. Possibile anche che quando la sera sono rientrata a casa e ho trovato un suo bigliettino di ringraziamenti e una preghiera di Gandhi che le aveva fatto pensare a me, ho realizzato che il tempo era volato e che probabilmente ci eravamo perse le conversazioni più interessanti. Non potevo immaginarlo del tutto ma quella preghiera era la base della mia seconda vita di settembre.

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