In queste ultime settimane di agosto i miei aggiornamenti si sono fatti più radi, non tanto perché fossi troppo impegnata bensì perché, al contrario, le mie giornate si sono accumulate in strati di fatica, frustrazione, ansia e frenetica ricerca di una stanza per cui passavo giornate su Facebook e su altri siti alla ricerca di un annuncio alla mia portata. Il tutto mettendo molto di rado il naso fuori di casa. 

Dopo l’estenuante attesa del bus per andare a fare la spesa del mio primo giorno di fine isolamento Covid, ho preso l’impegno con me stessa di uscire ogni giorno per una breve passeggiata per verificare il recupero del mio corpo e le risposte non sono state buone (né io sono andata ogni giorno ma quasi). Per una abituata ad essere in una forma atletica tra l’ottima e l’accettabile per gli ultimi 15 anni, avere la nausea da stanchezza dopo un paio di chilometri in 45 minuti di camminata è stato un momento di forte sconforto però già essere fuori di casa e in grado di fare del movimento più ampio di quello tra il letto e il bagno o il letto e i fornelli di un monolocale è stato fonte di incommensurabile gioia. 

Ho passeggiato nel parco di questa città di circa ventiduemila abitanti, situata ai margini dell’area metropolitana parigina. Quando esco di casa, se vado in direzione opposta alla stazione, è campagna. Mi diceva la mia amica Giulia (che ieri è rientrata nella sua casa) che Irène Némirovsky scrive di Bussy-Saint-Georges nella sua Suite francese e lo fa descrivendo un piccolo paese di campagna in cui rifugiarsi per gli sfollati parigini durante la Seconda Guerra Mondiale. Come credo di aver già scritto, la cittadina non è particolarmente attraente, le case sono costruite più per essere funzionali che esteticamente gradevoli, però la vita sembra scorrere serena, placida, all’insegna della dignità e senza nessun particolare abbrutimento dei suoi abitanti. A dire il vero l’atmosfera, perlomeno quella all’interno del parco, mi sembra sempre gioiosa, all’insegna dello stare insieme o del godersi semplicemente il sole su un prato. Famiglie, pensionati, tanti padri con i figli, la maggior parte delle persone che incrocio è di origine sudest-asiatica oppure proveniente dall’Africa sub-sahariana. Mi diceva Giulia a giugno che a Bussy l’integrazione fra gli appartenenti alle diverse confessioni religiose è presa sul serio.

Il primo tardo pomeriggio in cui sono uscita sono rimasta abbagliata dal gruppo di giocatori di cricket. Un battitore in particolare non mancava un colpo. Mi sono fermata qualche minuto a guardare, strabuzzando gli occhi davanti alla sua sicurezza nel colpire, e mi sono chiesta se sarei ancora in grado di fare alcunché su un campo da cricket. Altrimenti nel campino adibito dei ragazzini giocavano a calcetto e in mezzo al prato degli altri a pallavolo. Nello skatepark un ragazzo si esercitava con lo skate e tanti bambini giocavano coi loro monopattini. Immancabile: la sabbia per la pétanque. Se fossi arrivata fino ai tavoli da ping-pong probabilmente li avrei trovati occupati. Lungo i due laghetti all’interno di questo piccolo parco c’erano degli angoli in cui, se guardavo bene, non mi sembrava neanche di essere in città.

Ogni giorno che sono uscita ho camminato un po’ di più e oggi, a 15 giorni dal mio primo tampone positivo, sono pure risalita sul treno per muovermi verso la città. Sono andata al Bois de Vincennes con due delle ragazze che avevo conosciuto quando mi ero posata in un bar un sabato sera di qualche settimana fa e una loro amica. Quando ho iniziato a prepararmi ho avuto chiara la sensazione di prigionia in cui mi avevano gettato l’isolamento e la stanchezza della ripresa dal Covid. Ieri sera era rientrata la mia amica ed era la prima persona in carne ed ossa con cui interagivo per più del pagamento di una spesa da due settimane ma ero ancora dentro la casa, dentro un contesto italiano, oggi stavo uscendo con tre amiche francesi e il Rottweiler di una di loro. Una brillante e rapida di pensiero, un’altra gentile e probabilmente anche molto leale ma a cui farebbe bene un po’ di leggerezza e l’ultima meno appariscente nei suoi tratti caratteriali ma con opinioni salde e totalmente ignara dell’oggetto bidet.

Il Bois de Vincennes mi ha dato l’idea di un posto in cui tutto è permesso. Ci sono degli angoli in cui persone senza fissa dimora hanno piantato le loro tende, altri in cui è possibile fare nudismo, altri ancora dedicati alla prostituzione, altri in cui invece passeggiare nella frescura di un bosco in città o prendere il sole in un’ampia radura o giocare a pallavolo a ritmo di musica. Quello che non è permesso invece sarebbe il torso nudo degli uomini in quello che è un luogo pubblico ma gli uomini non si pongono il problema e si tolgono le magliette lo stesso. E’ stato in quel momento che una delle tre amiche ha voluto ribadire la sua contrarietà e, contro il parere di tutte tranne il mio che mi sono prestata a fotografarla, ha voluto posare, spiegando perché lo stesse facendo, a seno scoperto accanto a uno dei vari uomini coi soli pantaloni indosso che popolavano uno dei grandi prati del parco.

L’atto è stato poi il punto di partenza di una conversazione sul femminismo e sul come portare il cambiamento. Se bisogna partire parlando solo con uomini consci del loro privilegio e disposti ad ascoltare oppure se ogni atto che porti attenzione sul tema delle diseguaglianze è importante, anche se rivolto a persone che non cambieranno mai idea. E come fare con la cultura patriarcale che anche noi donne abbiamo introiettato? Mi depilo perché preferisco coscientemente avere le gambe lisce oppure perché sono parte del problema?

Nel mio piccolo credo che sia importante portare il problema all’attenzione di chiunque e che le gambe depilate le preferisco a prescindere ma, soprattutto, credo che il femminismo sia la ricerca dell’uguaglianza e non una caccia all’uomo. Credo altresì che ogni volta che una donna prende il cognome del marito mi chiedo perché non succede il contrario. 

Nel mezzo, tra la prima spesa post Covid e questa uscita pomeridiana, non ho ancora ricevuto risposte dall’Inps, ho fatto un colloquio (il mio primo colloquio in 13 anni credo e forse il mio secondo colloquio in assoluto) ma non è andato a buon fine, ho affinato sempre di più il mio curriculum, ho seguito qualche corso online di Excel decidendo che è il tipo di programma a cui potrei in realtà appassionarmi, ho finito per la prima volta tutte le stagioni di Friends e sono potuta tornare a leggere anziché passare le sere su Netflix (nb non partivo dalla prima stagione, ero intorno alla sesta quando ho preso il Covid), sono quindi entrata in una certa confusione linguistica in cui mescolo senza ritegno le tre lingue in cui sono fluente o quasi, ho avuto modo di orientarmi sempre di più in questo paese che è separato da noi dalle Alpi e, probabilmente, da una montagna di scartoffie e complicazioni burocratiche. O, semplicemente, io qua sono un’immigrata e, in quanto tale, ne subisco tutte le conseguenze.

Un ultimo paragrafo sulla ricerca di alloggio. Settembre coincide con la rentrée, il rientro, e tutti cercano casa. I siti dedicati pullulano di domanda e offerta ma laddove la prima è spesso disperata, la seconda prende sovente le forme dei temibili arnaquers, truffatori. La quantità di messaggi che vedo in molti gruppi Facebook di persone che sono appena arrivate a Parigi e hanno scoperto che quella persona a cui hanno fatto un bonifico per garantirsi la casa si è volatilizzata nel nulla, è enorme e pone un grosso problema di fiducia nei confronti di qualunque annuncio si trovi. Quando, una volta superata la paura di ritrovarsi vittime di truffatori, si invia il proprio messaggio per l’annuncio di interesse, si entra invece nella dimensione del ghosting: non risponde praticamente nessuno. Le sole persone, tranne una, che hanno risposto ad un mio messaggio erano italiane, tutte e tre ragazze, tutte e tre solidali e di una gentilezza commovente. 

Domani vado a vedere una stanza per un subaffitto di due mesi ed è più o meno le uniche cose a cui posso aspirare nelle mie condizioni lavorative attuali. L’inquilina con cui ho parlato è italiana, mi ci ha messa in contatto una delle ragazze a cui avevo scritto su Facebook, a sua volta conoscente di una mia amica con cui si sono parlate l’ultima volta circa dieci anni fa. Cosa mi ha insegnato questa esperienza? L’importanza del networking e del passaparola. 

Qualche giorno fa descrivevo a un’amica un pensiero che mi stava risuonando mentre si avvicinava il traguardo del mio primo mese qua. Da quando ho affrontato una situazione che mi portava insoddisfazione e mi sono buttata verso l’ignoto, sto molto meglio. Il viaggio in Workaway è stato una meravigliosa ed esaltante scoperta quotidiana. Questo primo mese parigino, invece, è stato faticosissimo a tratti: non avere una casa sicura, dover cercare un lavoro quando per tutta la mia vita il lavoro ha trovato me, dover imparare a conoscere i meccanismi di un nuovo paese, dovermi ricostruire una rete di amicizie praticamente da zero, essere di fatto in caduta libera è terrorizzante ma, allo stesso tempo, è anche qualcosa che per me ha un senso perché mi sta portando nella direzione di essere la persona che voglio essere, quella che non ha rimpianti e che non si inventa scuse per giustificare le sue paure. A volte vado a letto con l’ansia, con la paura di non farcela, con tutto quel che viene dalle cose grandi da affrontare, ma so anche che io voglio arrivare, fortemente, quindi, passo dopo passo, faccio. Certo, avere una rete di contatti piuttosto estesa aiuta ma tra averla e usarla ci passa tutta la voglia di diventare la persona che voglio essere.

Concludo con una di quelle minuzie a cui faccio caso io: è passato praticamente un anno dall’incontro che mi ha inconsapevolmente dato la spinta per trovarmi dove sono ora.

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