È successo, è arrivato il 24 di un mese e non ho pensato che erano passati tot mesi dalla morte di Morgane, l’ho realizzato soltanto il giorno dopo. Il fatto credo sia indice di un ulteriore cambiamento nel mio rapporto con questo lutto ma è anche curioso perché avevo passato l’intero giorno precedente, il 23, a scrivere una canzone la cui protagonista prendeva le mosse dal significato del suo nome, da una foto di lei e alcune amiche scalze al mare che avevo visto sui social, dai suoi seni al vento al Bois de Vincennes che avevo fotografato in un pomeriggio di fine agosto. Poi ci avevo aggiunto altro, una vecchia conversazione sulla libertà avuta con un’amica, i commenti su quanto sia difficile crescere di un’altra, una trasmissione in cui si diceva che i Sagittari non dovrebbero mai fare promesse, la leggerezza di Italo Calvino, la rivoluzione che deve cominciare in interiore homine di Luciano Bianciardi, le mie letture un po’ militanti del periodo che paiono tutte evidenziare una discrepanza fra realtà e rappresentazione nei mezzi di comunicazione, tra normalità e non, la necessità di cambiamento della società. Tante piccole cose ma nella mia testa, il volto della protagonista era quello di Morgane e quando la ascolto, è lei che vedo.

Eppure, benché è raro che passi una giornata senza pensarla in qualche modo, ho dimenticato la ricorrenza. Ormai compare con brevi flash dal nulla o per associazioni di idee, compare quando apro i messaggi del telefono e mi cade l’occhio sul breve scambio in cui mi invitava al suo compleanno, compare quando dopo aver guardato le sue foto a ripetizione per i primi mesi, adesso cerco di evitarle e scosto lo sguardo quando scorro tra gli album sul mio telefono alla ricerca di una qualche foto. Morgane è presente in tutta la sua assurdità ma, già da qualche settimana, mi sembra che la sua morte sia diventata una delle cose che sono accadute nella mia vita ma non LA cosa. Riprendo ad esistere indipendentemente dal dolore, ritrovo piano piano il senso delle cose che era totalmente scomparso quando il mio unico senso era sopravvivere. La morte di Morgane non è più l’intero vestito che indosso ma solo una sua componente.

Questo nuovo stato d’animo fa sì che abbia ripreso il mio lavoro di creazione di una rete di conoscenze. Mi sono iscritta ad una app di incontri, ho anche affrontato un paio di quelle ansie da trasformazione in carne ed ossa di qualcuno con cui hai fatto un match digitale. Continuo a trovarla una soluzione da “a mali estremi estremi rimedi” ma sono comunque incontri di cui sono grata, se non altro riportano quella ventata di novità che è ogni nuova persona incontrata sul proprio cammino, col suo vissuto, le sue opinioni e i suoi punti di vista inediti a cui attingere.

Ho anche trascorso una domenica pomeriggio spiaggiata al mercato delle Lilas, uscita per quello che pensavo fosse un caffè rapido con i genitori di Elio (che invece si trovava in colonia per le vacanze) salvo poi trovarmi a mangiare ostriche, patatine fritte e vino bianco con loro e i loro amici incontrati per caso perché, a quanto pare, Les Lilas sono un grosso villaggio e la domenica si va al mercato a fare salotto, anche senza fissare con nessuno è altamente probabile che si venga risucchiati dagli incontri. Ho imparato che in Francia le ostriche non sono considerate un cibo di lusso e che non si accompagnano con lo champagne ed è stato così leggero e così denso trascorrere queste ore sotto un sole quasi primaverile a chiacchierare con sconosciuti ricordandomi il senso dell’umanità e dello scambio con l’altro che mi perdo passando la maggior parte del tempo nella solitudine della mia stanza.

Sono stata al saggio di batteria di Elio e mi ha fatto una certa tenerezza vedere questi giovani batteristi e batteriste, a volte forse neanche alle scuole medie ancora, pestare duro su canzoni di Green Day, System of a Down o Metallica. Io devo dire che, benché non conoscessi alcune delle canzoni, mi sono trovata ad apprezzarle oltremodo così interrogandomi su questo periodo in cui più di una volta mi sono trovata ad ascoltare musica con molte più chitarre e aggressività di quella che ascolto abitualmente. Per intenderci, ho aggiunto alla mia libreria musicale un album dei Pantera, gruppo che ricordo così commentato dal padre critico musicale di un mio amico di gioventù del mare: “una lunga serie di rutti”. Ma mi sono risposta che la mia rabbia andava canalizzata da qualche parte e, anziché farla implodere in musica di tristezza infinita, ho preferito la brutalità musicale. Poi ho anche ascoltato musica che andava in tutt’altra direzione come quella di Beyoncé, Kate Bush, Fiona Apple, Glen Hansard, Bon Iver, ma la liberazione che mi ha dato ascoltare quella rabbia in musica…

Ho avuto il Covid per la seconda volta da quando sono a Parigi ma in una forma talmente blanda che non ho contagiato neanche una persona con la quale ho cenato in una piccola cucina col naso che colava irrimediabilmente. La normativa qui è ormai talmente lasca che non esiste più l’isolamento, che non si va al lavoro solo se il medico mette in malattia e che di fatto sta ai singoli prestare attenzione, in particolare ai soggetti fragili. Io ho comunque preferito non imporre la mia presenza ad altre persone e sono uscita solo al quarto/quinto giorno per fare una lunga passeggiata nel verde brullo dei dintorni. Il momento in cui ho più sofferto è stato quando ho costeggiato i campi da calcio.

Sennò ho finito una traduzione e ho cercato qualche altro lavoro temporaneo simile, per ora senza gran successo. Ho sognato di poter andare a trovare Jen e famiglia in Dordogna da cui avevo trascorso dieci intensi giorni ad aprile durante il mio viaggio in Workaway ma ci ho pensato praticamente dall’oggi al domani ed è stato impossibile organizzarci.

Sono partita praticamente un anno fa e, se ripenso a quei mesi in viaggio di famiglia in famiglia, provo un gran senso di gratitudine, di nostalgia e di consapevolezza che, al netto di qualche momento difficile, mai come in quei mesi mi sia sentita dove volessi essere, in una sorta di sindrome di potenza continua, libera, leggera. Povera di soldi che non guadagnavo ma ricca in tutto il resto.

SAINT-MALO

La risacca non trattiene
le parole nella sabbia
Il suo nome vien dal mare
e non fa promesse mai
La vedo scalza a Saint-Malo
e il vento tra i capelli 
ordina il disordine
e canta la sua libertà
Per lei la leggerezza
non è un vuoto senza testa
ma un modo di planare
sulla profondità 
Una corsa a perdifiato
Immaginarsi in volo
Fuori dalle gabbie d’oro
della normalità

E allora dov’è
questa vita perfetta
descritta nei film?
E il tempo sprecato
credendo davvero
che fosse così?

Le rivoluzioni 
si devon capire
se si vuol cambiare
Le rivoluzioni
comincian da dentro
per non affondare

All’autunno non conviene
perdere le foglie
Il re adesso è nudo
e non fa promesse mai
La vedo seni al vento
in un pomeriggio stanco
sovvertire l’attimo
al suo fischio brilla il mar
Per lei la leggerezza
non è un vuoto senza testa
ma le labbra in un sorriso
non c’è niente di serio
Una corsa a perdifiato
Immaginarsi in volo
Fuori dalle gabbie d’oro
della normalità

E allora dov’è
questa vita perfetta
descritta nei film?
E il tempo sprecato
credendo davvero
che fosse così?

Le rivoluzioni 
si devono capire
se si vuol cambiare
Le rivoluzioni
comincian da dentro
per non affondare

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